sabato 6 febbraio 2010

L'appartamento-termos I gradi si regolano sottoterra

In Toscana i primi edifici di edilizia economica che sfrutta la geotermia a bassa entalpia

Energia catturata dalle viscere della terra per riscaldare d'inverno e raffreddare d'estate, mura realizzate con la paglia, vetri energetici, impianti fotovoltaici, pannelli solari, mini impianti eolici. Eccole le case del futuro, bioenergetiche ed ecocompatibili. In Toscana ne stanno nascendo a decine, uniche nel suo genere. Come il residence «Il Giardino dei piccoli» che si sta costruendo a Figlineci Valdarno (Firenze), oppure i venti appartamenti di edilizia economica e popolare che saranno inaugurati a giorni a Follonica (Grosseto) e non faranno spendere ai proprietari una lira di bolletta. E ancora la biblioteca di Rosignano (Livorno), l'unica struttura pubblica che sarà realizzata utilizzando 85 mila balle di paglia per un isolamento energetico e acustico straordinari. Progetti, differenti, uniti da stessi obiettivi: non inquinare, limitare al massimo il consumo energetico e rilanciare il mercato edilizio.
Una delle tecnologie più rivoluzionarie utilizzate a Figline e a Follonica è la «geotermia a bassa entalpia». «Si trivella il terreno per un centinaio di metri—spiega Giacomo Biserni, geologo dello studio Ecogeo tra i progettisti degli edifici ecologici — e poi si utilizzano sonde dal diametro massimo di 15 centimetri collegate alla centrale termica. Infine il calore viene spinto nelle serpentine collocate sotto il pavimento».

La cosa più interessante dell' impianto è la doppia funzione. Dopo un onesto lavoro da «riscaldatore » d'inverno, in estate il sistema raffredda la temperatura di ogni stanza. «Questo perché nella zona dove costruiamo il sottosuolo ha una temperatura intorno ai 18-20 gradi e può arrivare sino ai 25, ottima per tutte le stagioni». La geotermia a bassa entalpia garantisce i tre quinti del fabbisogno energetico della casa, un quinto arriva dal fotovoltaico e il resto dai biomateriali ad alta efficienza energetica.

I costi di costruzione? Leggermente superiori a quelli di un edificio tradizionale (circa il 15%), ma i soldi spesi anticipatamente sono un investimento per il futuro. Non solo perché le norme in materia di bioedilizia garantiscono contributi governativi ma perché la bolletta è vicina allo zero. A Follonica sono stati costruiti venti appartamenti di edilizia economica e popolari a prezzi convenzionati. Gli appartamenti di 75 e 80 metri quadrati quasi ultimati dalla Cooperativa edile l'Avvenire sono stati venduti a 255 mila euro l'uno con garage e giardino. Anche in questo caso insieme all'uso della geotermia a bassa entalpia, i tecnici hanno utilizzato impianti fotovoltaici. E per far diventare realtà una totale autarchia energetica i costruttori hanno impiegato materiali particolari. «Come speciali mattoni ad alta efficienza energetica, isolanti naturali per il tetto e le pareti — spiega Giorgio Romagnoli, geometra e presidente della cooperativa —. Con queste tecniche le case sono diventate simili a termos e dunque basta poca energia per riscaldarli e raffreddarli. Negli appartamenti non c'è gas e dunque non si paga la bolletta e il fotovoltaico produce più dell'energia elettrica. In più l'energia eccedente sarà venduta all'Enel e dunque i proprietari non dovrebbero pagare neppure la bolletta per il consumo degli elettrodomestici ».

A Rosignano Solvay, a sud di Livorno e a due passi dalla Castiglioncello resa celebre dal Sorpasso di Dino Risi, sono appena iniziati i lavori di una supebiblioteca da 6,2 milioni di euro costruita interamente con la paglia. Voluto da Comune e Regione, il progetto ricorda a canone inverso la novella dei Tre Porcellini. Il bello è che stavolta è la casa di paglia ad essere più resistente, calda e accogliente. Le 8500 balle di paglia serviranno secondo i tecnici a progettare architetture capaci di conservare il caldo di inverno e il fresco in estate.

«Il progetto prevede l'utilizzo di tecniche innovative di ventilazione naturale — spiega Andrea Immorali, ingegnere, dirigente dei Lavori pubblici del Comune -, un sistema geotermico di preriscaldamento degli interni, impianti solari termici per la produzione di acqua calda e un impianto fotovoltaico ». Non solo. La superbiblioteca avrà un tetto verde, cioè ricoperto da terra e piante e naturalmente ancora paglia, un po' come i tetti-giardino del Nord Europa ottimi per isolare il calore. C'è poi chi in Toscana la casa ecologica se l'è costruita da sé. Come ad Arezzo il presidente della Commissione Sanità della Regione, Fabio Roggiolani: «Ho utilizzato legno, calore dalla terra, impianti fotovoltaici, materiali bioenergetici. Non inquino, risparmio emi sento in pace con il cielo e con la terra».

Marco Gasperetti

www.corriere.it



mercoledì 3 febbraio 2010

Il duello del gas sotterraneo «Può provocare un sisma»

FINALE EMILIA (MODENA) - Nell’ufficio del sindaco di Finale Emilia s’innalza una pila di fascicoli pericolosamente in bilico. «Ce le ho tutte: sono le carte sul deposito di gas a Rivara », spiega, con orgoglio da collezionista, il primo cittadino Raimondo Soragni, 47 anni. E comincia a raccontare una storia esemplare di un’Italia frammentata e, forse, di fatto già iper-federalista.

Tra Modena e Ferrara, nella campagna segnata dai filari di betulle e dalle fabbriche di ceramica, una società anglo-italiana, la «Erg Rivara storage srl», sta cercando di costruire un grande deposito per stoccare 3,2 miliardi di metri cubi di metano (per dimensioni sarebbe il sesto impianto nazionale). Ma finora i «comitati di base», le forze politiche praticamente al completo, i sindaci, gli amministratori provinciali, le commissioni tecniche e, da ultimo, la Regione Emilia- Romagna guidata da Vasco Errani, hanno respinto tutte le varianti, tutti gli aggiustamenti del piano originario. Motivo? «Ne indico due — risponde il sindaco Soragni —. Primo: questa è una zona sismica. Negli ultimi quattordici mesi ci sono state nove scosse tra i 2,5 e i 3,5 gradi della scala Richter. Secondo: il progetto prevede lo stoccaggio del gas in una cavità profonda circa 2.500 metri di profondità. È una specie di spugna sommersa con acqua salina. Sarebbe la prima volta che questa tecnologia verrebbe utilizzata in Italia e gli esperti ci dicono che la pressione può provocare micro-sismi. In una parola: non vogliamo fare da cavie per progetti sperimentali».

Venerdì 12 febbraio, a Rivara, è in programma un sopralluogo della Commissione Via (Valutazione di impatto ambientale), l’organismo ministeriale che ha il compito di stabilire se un’opera del genere sia pericolosa oppure no. In realtà nella provincia modenese si sta consumando uno scontro dall’esito francamente imprevedibile. Ogni cosa finisce in un gigantesco frullatore: le competenze istituzionali e le manifestazioni di piazza; le perizie tecniche di parte e gli studi di scienziati indipendenti. Senza contare i veleni personali che, in questi casi, non mancano mai. L’americano Grayson Nash viene dall’industria petrolifera e guida la Independent Resources, società quotata a Londra. Nel 2006 ha cominciato a studiare il «progetto Emilia» e nel 2008 ha fondato la «Erg Rivara storage srl» con il gruppo Erg della famiglia Garrone (Genova), che detiene il 15% del capitale. L’investimento per il deposito ammonta a 300 milioni di euro, di cui 20 sono stati già stanziati per la fase di studi. Il valore commerciale del gas stoccato sarebbe pari a 1 miliardo e mezzo di euro. «Questa tecnica sarà forse sperimentale per l’Italia — dice Nash — ma solo perché sarebbe la prima volta che qui si realizza un impianto del genere. Altrove, anche in Europa, esistono diverse esperienze molto collaudate. Noi ci siamo affidati a studi di alto livello, partendo proprio dalla sismicità della zona, che per altro è di grado 3, cioè al penultimo posto nella scala di rischio. Siamo in grado di garantire che lo stoccaggio non cambierà le condizioni naturali dell’area». Il governo appoggia la società, con interventi ripetuti di Stefano Saglia, sottosegretario allo Sviluppo economico e, soprattutto di Carlo Giovanardi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, modenese eletto senatore in Emilia Romagna. «L’Italia ha bisogno di stoccare gas per far fronte al fabbisogno delle industrie e delle famiglie — dice Giovanardi —. Rivara è uno dei quattro siti individuati dal governo Prodi.

Allora valutiamo questa opportunità, facciamo lavorare i tecnici e le autorità competenti. Non possiamo lasciare il Paese in ostaggio di un "no" pregiudiziale espresso a livello locale. È un copione che abbiamo già visto per l’Alta velocità in Val di Susa o per le scorie nucleari a Scanzano Ionico ». Di nuovo allora dal sindaco Soragni, che è considerato un navigatore esperto nella politica locale: viene dalla Margherita, fa parte del Pd e sta per candidarsi con l’Udc nelle regionali. «Non sono un esponente del "partito Nimby", di quelli che dicono: fatelo, ma non nel mio cortile. In questo territorio ci sono discariche, impianti di compostaggio, centrali elettriche. Non sono contro i depositi di gas in generale. Sono contro questo deposito». Anche il sapere scientifico è ormai parte integrante della contesa. «Abbiamo con noi i migliori esperti della materia, come il geologo Francesco Mulargia dell’Università di Bologna, basta guardare gli elenchi delle commissioni tecniche che si sono pronunciate », dice Soragni. La Erg Rivara oppone, tra l’altro, uno studio di Carlo Doglioni dell’Università La Sapienza di Roma («geologo di fama mondiale»). Giovanardi, invece, chiama in causa, tra gli altri, Enzo Boschi, il presidente dell’Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia. Boschi si è già offerto come garante super partes: «Ci siamo fatti avanti per fare uno studio serio sulla sismicità della zona. Il problema è che si sta creando una situazione assurda: i sindaci ci vogliono coinvolgere, ma quando siamo stati a Rivara i cittadini dei comitati ci hanno gridato "venduti". Ormai sembra che in Italia a nessuno interessi più seguire criteri di razionalità».
G. Sarcina
www.corriere.it


Per Venezia e La Spezia un futuro da 'porti verdi'

Banchine elettrificate e fotovoltaico. Firmato oggi a Roma dai presidenti delle due Autorità Portuali un protocollo d'intesa con l'Enel diretto a ridurre le emissioni inquinanti. Tra le principali iniziative l'adozione del sistema del cold ironing per l'alimentazione delle navi in sosta, che permette una cospicua riduzione dell'inquinamento e l'eliminazione del rumoredi ROSARIA AMATO

ROMA - Banchine 'elettrificate' con il sistema 'cold ironing', che permette l'alimentazione delle navi durante la sosta nel porto attraverso la connessione con il sistema da terra, e lo spegnimento dei motori ausiliari di bordo: la prima sta per arrivare a Civitavecchia, il progetto è stato appena consegnato dall'Enel, ma presto altre verranno realizzate per i porti di Venezia e La Spezia. I presidenti delle Autorità Portuali di Venezia e La Spezia hanno firmato infatti oggi a Roma con l'amministratore dell'Enel Fulvio Conti "protocolli di intesa finalizzati a ridurre le emissioni".

Un'iniziativa importante considerato che si tratta di strutture che accolgono un gran numero di navi da crociera, ma anche per il trasporto di merci. Venezia in particolare nel 2009 è diventato il primo Home Port del Mediterraneo per il numero di 'passeggeri croceristi movimentati' (i passeggeri in transito l'anno scorso sono stati infatti 1,9 milioni).

L'Italia avrà dunque a breve tre 'porti verdi', con forti riduzioni delle emissioni ma anche del rumore. Le banchine elettrificate, spiegano infatti gli esperti dell'Enel, sono già operative in Nord America nei porti di Los Angeles, Seattle, Juneau e Vancouver, e in Europa a Goteborg, Lubecca, Zeebrugge (Belgio), oltre che in tre porti finlandesi. Il sistema del 'cold ironing', grazie alla maggiore efficienza e ai sistemi di abbattimento delle emissioni presenti nelle centrali elettriche, permette, rispetto ai tradizionali generatori di bordo, "una riduzione di oltre il 30 per cento delle emissioni di CO2, di più del 95 per cento per gli ossidi di azoto e il particolato e l'azzeramento dell'inquinamento acustico".
Cosa succede per esempio se una nave da crociera viene alimentata con il cold ironing, anziché con i generatori di bordo? In dieci ore di sosta le emissioni si riducono da 72,20 a 50,16 tonnellate di anidride carbonica, da 1,47 a 0,04 tonnellate di ossido di azoto e da 1,23 a 0,04 tonnellate di ossido di zolfo.

Se il tipo di alimentazione nelle banchine è la principale caratteristica dei porti verdi, ci sono però altre iniziative che verranno prese per ridurre le emissioni inquinanti. Infatti i protocolli d'intesa firmati oggi a Roma prevedono anche lo studio di sistemi di mobilità elettrica all'interno del porto, lo sviluppo di fonti rinnovabili come il solare e l'eolico, l'adozione di sistemi di illuminazione a led basso consumo, iniziative di 'illuminazione artistica' e, in generale, il miglioramento dell'efficienza dei sistemi energetici dei porti.

Nel porto di Civitavecchia è stato già realizzato un impianto fotovoltaico, e un analogo progetto verrà studiato per Venezia e per La Spezia. Inoltre agli armatori verrà imposto l'uso di combustibili "con tenore di zolfo allo 0,1 per cento durante la sosta in porto", pena un incremento di costo per la maggiore onerosità del combustibile e per la necessità di predisporre una doppia cisterna.



Il riscaldamento climatico scioglie i ghiacciai e fa crescere di più le montagne

Una sorta di rimbalzo delle strutture geologiche dovuto all’alleggerimento derivato dalla perdita dei ghiacciai

MILANO - I ghiacciai scompaiono e le montagne salgono. Questa, in sintesi, la conclusione di una ricerca americana che non può non stupire. «La riduzione dei ghiacci - si precisa - dovuto al riscaldamento climatico sarebbe all’origine di un maggiore innalzamento delle vette». A sostenerlo per iscritto sulla rivista Earth and Planetary Sciences Letters, è il geologo Bruce Molnia del Geological Survey americano.

CONCAUSA - Nel caso specifico Molnia ha rilevato una crescita annuale di 39 millimetri delle vette della Patagonia. Naturalmente si precisa che si tratterebbe di una concausa del fenomeno perché alla base della crescita vi è naturalmente il gioco delle forze tettoniche sprigionato dallo scontro fra le placche in cui è divisa la crosta terrestre. Ma il primo effetto, per così dire naturale, sarebbe amplificato da una sorta di rimbalzo delle strutture geologiche dovuto all’alleggerimento derivato dalla perdita dei ghiacciai. Il minor peso da sopportare spingerebbe più facilmente verso l’alto aumentando i livelli. Per le montagne del Sud America il processo è stato studiato dal 2003 al 2006 misurando, appunto, il valore di 39 millimetri. Secondo lo scienziato americano il ritmo di crescita più elevato era stabilito dalla Glacier Bay in Alaska dove nel 2005 dove si erano calcolati 31 millimetri. Dunque il cambiamento climatico annovera un’altra conseguenza finora non considerata.
G. Caprara
www.corriere.it

venerdì 15 gennaio 2010

Haiti è su una «zattera». In movimento

La placca caraibica in moto verso est. Perché a Santo Domingo le scosse non hanno fatto danni

Haiti è una delle zone più a rischio della Terra in fatto di terremoti. Lo racconta la sua storia, lo mostrano le mappe geologiche dove si vede l’isola al bordo di una piccola placca stretta fra altre gigantesche. In gioco ci sono forze straordinarie capaci di distruzioni immani quando si manifestano». Gianpaolo Cavinato, dell’Istituto di geologia ambientale e geoingeneria del Cnr, ha studiato i movimenti sismici nei continenti, talvolta li ha inseguiti con impressioni così forti difficili da tradurre in parole. Negli ultimi cinquecento anni nell’area si sono già verificati 12 terremoti più violenti dell’attuale superando i 7,5 gradi della scala Richter. La crosta della Terra è suddivisa in tanti pezzi che i geologi chiamano placche con uno spessore variabile da dieci chilometri a oltre settanta, a seconda dal luogo, negli oceani o sui continenti. Le placche si scontrano fra loro, alcune si inabissano sotto le altre, e altre ancora scivolano sullo stesso piano e dove vengono a contatto il movimento sviluppa energia. Questo accade lungo le faglie, cioè le fratture, che segnano la spaccatura della crosta. Haiti emerge dalla placca caraibica che è come una zattera in moto verso est. A nord si scontra con la grande placca nordamericana in viaggio invece verso ovest alla velocità di 2 centimetri all’anno e a sud con la altrettanto estesa placca sudamericana che s i sposta a nord-ovest di 1,5 centimetri all’anno. Quindi la «zattera» si trova stretta fra imponenti masse che agiscono di continuo sul suo territorio.

Ma non basta. La stessa placca caraibica è percorsa al suo interno da faglie minori che aumentano sia i rischi, sia le forze in gioco. Su una di queste è addirittura collocata la capitale di Port-au-Prince rimasta vittima di imponenti distruzioni. Il suo territorio è infatti diviso in due parti in movimento nella stessa direzione ma con velocità diverse intorno a 70 millimetri all’anno. «Nel continuo scivolare strette fra loro — spiega Cavinato — accumulano un’energia che ad un certo punto deve liberarsi ma non si sa dove e quando». Questa volta il punto sotterraneo in cui si è scatenata la violenza distruttrice, l’ipocentro come lo chiamano i geologi, era a 10 chilometri di profondità e a 16 chilometri dalla capitale. Santo Domingo, al contrario, dall’altra parte dell’isola, è in una posizione meno pericolosa perché le due faglie esistenti sul territorio della Repubblica Dominicana restano lontane, transitando una a nord e l’altra marginalmente a sud. La città, dunque, è meno soggetta a rischi. E Il terremoto è rimasto lontano. Ma da dove arriva la forza che fa muovere senza sosta le placche della crosta terrestre? «Il nostro pianeta è come una macchina termica— precisa lo scienziato—con un cuore incandescente. È proprio il calore che ha al suo interno ad alimentare un’energia capace di spostare le placche». Così il volto della Terra continua a cambiare e a rimodellarsi. Circa 300 milioni di anni fa c’era il supercontinente unico, Pangea, che lentamente si è diviso nei continenti attuali. Ma non era la prima volta che accadeva. Per il nostro pianeta è un fatto ciclico e già in precedenza si era verificato: insomma, è un continuo comporsi e scomporsi proprio grazie al calore che, come in una pentola, quando bolle sposta il coperchio. «La regione dei Caraibi è tra le più calde — sottolinea Cavinato — e la prova sta anche nelle catena di vulcani attivi presenti lungo la costa pacifica del Nicaragua. Un dozzina di bocche di fuoco che testimoniano dei potenti scontri geologici in atto nelle profondità».

Gli stessi specialisti della sede dell’Onu crollata avevano evidenziato i rischi legati alle faglie pianificando interventi e costi. Mai ascoltati. È proprio risalendo lungo la linea dei vulcani che si incontra la famosa faglia di Sant’Andrea che separa la placca nordamericana dalla placca pacifica. È qui che si aspetta il Big One, il super terremoto che potrebbe scuotere disastrosamente la costa californiana riportando alla memoria il tremendo ricordo di San Francisco con il tragico mattino del 18 aprile 1906 e l’imponente incendio che fece più vittime del sisma. In quell’occasione si misurò uno spostamento della faglia di 6,5 metri. Ma più recentemente, e ripetutamente, la terra ha tremato a Los Angeles. Nel 1994 ci furono una settantina di vittime e anche nel luglio 2008 il fenomeno seminò paura. Anzi alcuni scienziati hanno interpretato quest’ultimo come un preavviso del Big One. Proprio per cercare indizi del suo arrivo i geologi americani hanno scavato un buco, una perforazione sino a 3,2 chilometri di profondità vicino alla cittadina di Parfield, tra San Francisco e Los Angeles. L’operazione, nota come «Safod Project» è condotta dal Geological Survey per prelevare campioni del suolo in prossimità della faglia e capire nello studio delle loro caratteristiche se manifestano segni utili a qualche previsione. «Purtroppo possiamo ancora fare ben poco per anticipare lo scatenarsi di un sisma — dice con amarezza Cavinato —. Ci limitiamo a misurare e valutare gli spostamenti superficiali del suolo o a cogliere qualche indicazione in profondità per tentare, ad esempio, di calcolare l’accumulo di energia. Sono dei tentativi — aggiunge — perché le faglie sono lunghe centinaia e centinaia di chilometri e studiando un solo punto non possiamo decifrare come e dove i fenomeni possono accadere e con quali caratteristiche».

Qualche aiuto ora arriva anche dallo spazio e con i satelliti Gps è possibile sorvegliare lo slittamento delle superfici. Indagini più sofisticate si conducono con i satelliti Lageos della Nasa e dell’Asi italiana facendo rimbalzare nello spazio un raggio laser e calcolando quanto i continenti si separano fra loro. Adesso c’è la frontiera più avanzata dei satelliti radar attraverso i quali si tengono sotto controllo le deformazioni del suolo. La Protezione civile italiana ha già chiesto all’Agenzia spaziale italiana Asi di scandagliare l’area di Haiti con la costellazione dei satelliti radar «CosmoSkymed » le cui immagini sono in corso di elaborazione dalla società «e-Geos». «Per una stima della situazione stiamo effettuando anche un confronto con le immagini della zona raccolte nell’aprile scorso — commenta Alessandro Coletta, responsabile della missione in Asi — e con i continui sorvoli dei giorni prossimi forniremo agli scienziati una fotografia delle modifiche avvenute. Sono dati utili per interpretare meglio la natura geofisica dell’area e possono essere preziosi, speriamo, per il futuro».

Giovanni Caprara